incontri
Dal frutto si riconosce l’albero
Le Opere educative non nascono da un’idea astratta, ma da incontri reali. Nel tempo, l’incontro è diventato un metodo: uno sguardo che accoglie, provoca e accompagna la libertà. Molti percorsi personali iniziano così, da una domanda o da una presenza che rimette in movimento la vita.
Pietro - Ripartire da una domanda
Dopo anni di università vissuti senza passione, Pietro pensa di lasciare tutto. Un incontro breve cambia la prospettiva e apre un cammino nuovo, prima umano e poi professionale.
“Quando l’ho guardato ho pensato: «Questo è un uomo felice, è uno che seguirei.»”
“Venivo da cinque anni di università che non mi avevano dato nulla: formazione zero, interesse per quello che studiavo zero. A un certo punto ho deciso di mollare tutto. Mia madre continuava a dirmi: «Senti questo Daniele…» Alla fine gli scrivo. Mi risponde che la settimana dopo sarebbe stato a Roma – io sono di Anagni, in provincia di Frosinone – e così ci incontriamo.
Esce da una riunione, ci guardiamo negli occhi per qualche secondo, e quello sguardo cambia tutto. Quando l’ho guardato ho pensato: «Questo è un uomo felice, è uno che seguirei.»
Quando mi propone, da un giorno all’altro, di andare a Bergamo per conoscere una delle sue scuole, la JobsAcademy, dico di sì. Non per il corso, ma perché volevo capire se quello sguardo felice reggeva nel tempo.
Arrivo a casa sua. Lo trovo furioso per un contrattempo, ma quello sguardo c’era ancora. La settimana dopo mi trasferisco a Bergamo. Inizio a frequentare un corso in JAC e poco dopo mi propone di lavorare con lui come coach. Accetto subito, perché con Daniele lavoro e vita coincidono: non c’è separazione. Lavorare con lui significava stare, imparare, crescere.”
Mattia - Tornare a cercare
Lavora, guadagna, ma sente che qualcosa manca. Una cena e una domanda semplice riaprono il desiderio di rimettersi in gioco e di tornare a studiare.
“A un certo punto mi chiede: «Qual è la tua stella?» Non capisco. Nessuno mi aveva mai fatto una domanda così.”
“A scuola avevo fatto amicizia con Roberto, il figlio maggiore di Daniele, e per molto tempo per me Daniele è stato semplicemente il papà di un amico. Intanto lascio la scuola e comincio a lavorare. Lo stipendio non era male, soprattutto per uno con la terza media, e le prospettive di crescita c’erano. Però non ero contento. Tutto era a posto, ma non ero a posto io.
Roberto insiste perché incontri suo padre. Alla fine cedo e vado a cena a casa loro. Lì vedo gli occhi di un uomo contento del suo lavoro. A un certo punto mi chiede: «Qual è la tua stella?» Non capisco. Nessuno mi aveva mai fatto una domanda così. Poi aggiunge: «Che cosa cerchi davvero? Qual è il tuo desiderio?»
Rispondo quasi per caso: «Vorrei tornare a studiare.»
«Vieni a lavorare con noi – mi dice – e ti diamo una mano a riprendere gli studi.» E così è stato.All’inizio del lavoro incontro anche persone che parlano molto male delle Opere. Per un momento vacillo: forse ho sbagliato tutto? Decido però di andare fino in fondo e ne parlo con Daniele. Lui mi aiuta a capire, a fare chiarezza. Da allora il nostro rapporto è così: ci si gioca tutto, senza sconti e senza nascondere niente. Ed è proprio questo che funziona.”
Alvin - La libertà di cambiare
Una storia difficile, segnata da errori e carcere. L’incontro non impone, ma introduce una possibilità nuova attraverso il lavoro e un rapporto che lascia spazio alla libertà.
“Non mi ha mai forzato né ha cercato di cambiarmi. È sempre rimasto fermo nella sua posizione, aspettando che fossi io a scegliere”
“La mia storia parte da inizi difficili: soldi facili, scelte sbagliate, il carcere. È lì che incontro Patrizia, e con lei inizia una possibilità nuova. Un giorno, durante un permesso, mi invita a una vacanza in montagna. C’è una lunga camminata da fare, ma io non amo la fatica e mi fermo al primo rifugio. Lì incontro Daniele.
Mi offre un bicchiere di rosso, mi chiede di tagliare la bresaola e poi, come fa spesso con i giovani, mi domanda: «Tu cosa vuoi fare da grande? »
«I soldi.», rispondo.
«Quando esci di galera chiamami.»Esco, lo chiamo, e iniziamo a lavorare insieme.
Il rapporto nel lavoro è stato intenso, ma non facile. Non mi ha mai forzato né ha cercato di cambiarmi. È sempre rimasto fermo nella sua posizione, aspettando che fossi io a scegliere. Col tempo questa libertà ha generato un cambiamento profondo: sono diventato più libero e più contento del mio lavoro.
Non mi ha mai sfruttato. Mi ha insegnato a lavorare e, attraverso il lavoro, a diventare più uomo. Oggi sono direttore di una delle Opere. Nel tempo il rapporto si è allargato anche alla sua famiglia, che mi ha accolto con una familiarità sorprendente. Dopo Patrizia, Daniele è stato l’altro grande incontro che ha segnato la mia vita. Un incontro che ha avuto la pazienza di aspettare la mia libertà e che ancora oggi mi accompagna.”
Martino - Essere attesi
Dopo esperienze interrotte e una domanda rimasta aperta sul senso del lavoro, l’incontro riapre un cammino. Anche nei momenti più difficili, ciò che permane è una presenza capace di rimandare oltre, di custodire una promessa quando tutto sembra sospeso.
“Nel 2020 però vengo travolto da un’auto e rischio la vita. Mi ritrovo a pezzi. In quel momento Daniele resta. Mi aspetta per oltre un anno, finché riesco a ripartire.”
“Sono nato e cresciuto in Brasile, in una famiglia numerosa. L’adolescenza è stata complicata, piena di fughe e di confusione. Mi diplomo in Ragioneria più perché qualcuno crede in me che per una mia vera convinzione.
Dopo un periodo in Inghilterra torno in Italia e nel 2012 scopro la JAC, una realtà ancora agli inizi. Capisco subito che lì c’era qualcosa di più del semplice lavoro. Gli anni successivi sono pieni di esperienze, alcune riuscite, altre no. Dopo una scommessa lavorativa finita male mi ritrovo con una domanda che non mi lascia più: esiste un lavoro che non sia fine a sé stesso?
Un viaggio in Portogallo e una sosta a Fatima mi portano a scrivere, dopo anni, al direttore della JAC. Mi risponde: «Ti aspettiamo domani all’Open Day.» Ci vado. In un corridoio incontro Daniele. Mi guarda e mi chiede semplicemente: «Come stai?» In pochi minuti racconto tutto.
Entro così nel team comunicazione. È un percorso di grande crescita, umana e professionale. Nel 2020 però vengo travolto da un’auto e rischio la vita. Mi ritrovo a pezzi. In quel momento Daniele resta. Mi aspetta per oltre un anno, finché riesco a ripartire.
Da lì nasce un rapporto ancora più profondo: non solo lavoro, ma vita condivisa. Oggi ho una famiglia, un figlio, e a breve mi sposerò. Tutto questo è frutto dell’esperienza che continuo a vivere ogni giorno nel lavoro. Un dono, davvero.
Fabiana - Un lavoro che riguarda tutta la persona
Dopo anni nella cooperazione sociale, cerca un luogo in cui il lavoro educativo non sia solo organizzazione, ma umanità. L’incontro segna una ripartenza anche personale.
“Lì i ragazzi in difficoltà non li rifilano a qualcuno: se ne fanno carico tutti.”
“Arrivo da una lunga esperienza nella cooperazione sociale. Amavo il mio lavoro e le persone di cui ci occupavamo, ma non il modo in cui lavoravamo, troppo attento ai conti e poco ai bisogni reali dei ragazzi. A un certo punto capisco che devo cambiare, anche se non so dove andare.
Mi accorgo che gli educatori più contenti erano quelli che lavoravano a Ikaros di Calcio. Dicevano: «Lì i ragazzi non vengono scaricati su qualcuno, se ne fanno carico tutti.» Chiedo un colloquio e incontro Luisa Carminati. Le racconto la mia storia, anche personale. Pensavo di ripartire con un ruolo semplice, invece mi propone una responsabilità più grande.
Sono stati anni durissimi ma bellissimi. Abbiamo costruito un gruppo unito, solidale, dove ci si aiutava davvero. Nell’incontro con Luisa e poi con Daniele è cambiato tutto, non solo professionalmente ma anche umanamente. Anche il rapporto con la paura della morte, che mi ha sempre accompagnata, oggi è diverso. Mi alzo la mattina contenta.”
Patrizia - Uno sguardo che fa ripartire
Arriva come studentessa e poi come collaboratrice. Nel tempo scopre un clima umano che permette di affrontare anche le ferite personali senza paura.
Un giorno decido di parlargli di una ferita personale che non avevo mai raccontato a nessuno. Per la prima volta riesco ad affrontarla davvero e, poco alla volta, a uscirne.
“Sono arrivata alle Opere quasi per caso, una decina d’anni fa. Avevo vent’anni, avevo finito la scuola e non sapevo cosa fare. Ho trovato online la proposta della JobsAcademy e mi sono iscritta come studentessa. Mi sono trovata subito bene e, finito il corso, ho iniziato a lavorare altrove, in un ambiente che però mi faceva sentire sfruttata.
Continuavo a frequentare gli amici conosciuti in JAC e a un certo punto mi propongono di tornare, questa volta per lavorare con loro. Inizio nell’amministrazione. La presenza di Daniele si sentiva, anche quando si arrabbiava, ma ogni volta che mi incontrava si capiva che era contento di vedermi.
Un giorno decido di parlargli di una ferita personale che non avevo mai raccontato a nessuno. Per la prima volta riesco ad affrontarla davvero e, poco alla volta, a uscirne. Perché proprio con lui? Perché mi sentivo guardata con un bene sincero.
Negli anni ho visto passare tante persone, ma quasi tutte avevano lo stesso sguardo contento. Non perché mancassero problemi o fatiche, ma perché il bene veniva sempre rimesso al centro. Si respira un’aria di felicità concreta. Per questo sono qui.”
William - Le Opere: il luogo dove la domanda è diventata cammino
Prima di incontrare le Opere, il mio razionalismo rischiava di diventare ottuso e il mio pragmatismo di sfociare nel cinismo. Forse sono arrivate appena in tempo.
L’incontro con le Opere e con l’esperienza di lavoro alla JAC ha segnato per me un prima e un dopo. Dopo anni in cui molte cose hanno dato un senso alla mia vita, mi rendevo conto che proprio il senso – quello più profondo – mi era sempre mancato.
Quest’anno, attraverso l’esperienza come maestro di senso religioso, ho potuto finalmente affrontare quella che chiamo la domanda, quella che mi ha sempre accompagnato: qual è la sorgente che alimenta questo desiderio umano di andare oltre il finito?
Con le Opere e dentro questo cammino, ho iniziato a intuire una risposta. Ho fatto mio ciò che prima vivevo solo a livello razionale, come studio e confronto. Ho scoperto che il senso religioso è figlio di un desiderio profondamente umano, presente in ogni uomo, indipendentemente dall’età, dalla cultura o dalla predisposizione. La realtà mi ha costretto a scavare, a liberarmi da pregiudizi, ad ammettere – con fatica – anche le ragioni del cuore.
Oggi non potrei più dire, con onestà, di non essere credente. Questa è diventata per me la domanda, quella che dà forma al mio cammino, e che finalmente posso affrontare in libertà, senza dover difendere dogmi, ma con il desiderio autentico di non essere solo nel cercare.
Napoli - Da Bobo rid
Io incontro Daniele nel 2016. Lo incontro con addosso una triplice ferita: ero deluso dall’esperienza cristiana che facevo, ero in crisi con la moglie, ero stufo del lavoro, dove guadagnavo molto bene ma non mi dava più nessuna soddisfazione.
Tre ferite e una maschera: perché davanti a tutti dovevo recitare la parte di quello contento, anche per restare all’altezza dei ruoli che avevo, di padre, di dirigente, di responsabile nel mio gruppo cristiano. E subito, dal primo incontro, Daniele mi smaschera: “Quand’è che smetti di servire Mammona e inizia a servire Dio?”, mi dice. Io mi risento un po’, però quella domanda mi rode dentro, capisco che mi chiede “ma tu, in fondo, su che cosa poggi la tua vita?”. Così qualche tempo dopo accetto un invito a cena a casa sua. Si parla fino alle quattro del mattino dei problemi del mio gruppo cristiano; alla fine me ne vado contento, perché per la prima volta avevo potuto parlare di quelle cose con libertà.
Tempo dopo, Daniele mi propone di lavorare con lui. Lì per lì rimango perplesso, non capisco perché cerchi proprio me. Poi ho capito: non è che avesse bisogno proprio di me per il lavoro, è che teneva a me, alla mia persona, e per coinvolgermi in un rapporto mi proponeva di lavorare con lui. Come se, in un momento in cui non andavo bene a nessuno – non a mia moglie, non ai miei amici – lui mi dicesse “io voglio te, così come sei”. Così ho accettato. E nel rapporto con lui, nel lavoro con lui ho cominciato a rifondare me stesso, ho ricominciato a vivere senza maschera, guardando in faccia le mie ferite, riaprendo, per come era possibile, i rapporti che avevo chiuso.
Una delle sue frasi storiche nei miei confronti era “tu vivi in differita”: o vivi prima o vivi dopo, ma non vivi nel presente. Così ho cominciato a riprendere in mano quel nucleo di esigenze originali di felicità, di verità, di bellezza con cui mi sfidava sempre a ingaggiare un paragone. Così, la mia vita è cambiata. Oggi ho maggiore consapevolezza di me stesso, sono più libero. Consapevolezza e libertà. Daniele ripete spesso “che giova all’uomo guadagnare tutto, se poi perde sé stesso?” Ecco, quello che ho imparato da lui è la preziosità dell’uomo. Cioè io ho imparato a essere prezioso per me. Prima ero io che dovevo rendere preziosi gli altri, col mio esempio, con la con la mia bravura; a un certo punto però Daniele mi disse: “Devi diventare più egoista. Devi diventare egoista, perché se non diventi egoista non riesci a comprendere ciò per cui il tuo cuore è fatto. Fin quando non diventi egoista, non lo capisci, perché sei sempre rivolto verso l’altro. Se non lo diventi, non capisci quanto sei prezioso tu”.
Poi, il rapporto è stato tutt’altro che facile: quante volte ho scritto una lettera di dimissioni! Perché Daniele è un personaggio strano, complesso, articolato, poco equilibrato, istintivo, reattivo, emotivo, volubile, lunatico, egocentrico, ha una trama umana complessissima. Eppure Daniele non è quello che è nonostante Daniele, ma attraverso Daniele: non è un nonostante ma un attraverso. È un provocatore nato, cioè non è che puoi dirgli “fai il normale”, lui è fuori dalle norme, eccessivo, sempre. È un provocatore, cioè uno che ti affronta e ti sfida all’inverosimile. Ma nel rapporto con lui scopri che se ti fermi lì, se scappi, non fai un passo in avanti, perdi qualcosa; ma non nel rapporto con lui, nel rapporto con te stesso.
Insomma, l’esperienza che ho avuto con lui è che nella sua completa incoerenza lui oggi è una nuova finestra attraverso cui Dio può passare. Una nuova finestra, una nuova opportunità per chi prende sul serio sé stesso, per chi non si ferma ai suoi tratti negativi. Perché? Perché dopo ti non molla. Un altro aspetto di Daniele infatti è che dopo ti non molla. Sarebbe un vicolo cieco se dopo ti mollasse, ma invece non ti molla.
Io credo che Daniele per me sia stato un pungolo. Una pietra che grazie a Dio non ho oltrepassato, perché se l’avessi oltrepassata mi sarei perso. Io, se oggi sono qui, consa più consapevole di me stesso, più consapevole della storia che ho avuto col movimento, con la mia famiglia, con tutte le fatiche e i dolori arrivati fin qui. Se non avessi avuto Daniele a fianco non avrei questa vita, avrei un’altra vita che probabilmente non coinciderebbe con quello che desidero davvero. Per me è stato ed è ed è tutt’ora pietra di scandalo. Pietra di scandalo perché è scandaloso. Ma se salti quella pietra lì perdi qualcosa tu. E Daniele per me attraverso tutti i suoi limiti, tutte le sue incoerenze, tutte le sue fragilità, è pungolo, attraverso il quale tu puoi scoprire te stesso.
E un giorno gliel’ho anche scritto:
Grazie per tutto ciò che hai fatto e continui a fare per me.
Grazie perché non ti stanchi di rimettermi con nettezza e realismo di fronte alla realtà.
Grazie per non aver mai mollato nelle piccole cose e quindi nelle grandi.
Grazie per avermi rimesso nella scia della mia vocazione non a parole bensì attraverso la tua compagnia, quella della tua famiglia e di Luisa.
Grazie per aver acceso luci piuttosto che dissipato ombre, richiamandomi così di fatto ad una personale responsabilità “senza se e senza ma”, e sfidando la mia libertà fino alla sua punta più dolorosa e generativa che è l’obbedienza. Hai sempre stimato e stimi, infatti, la mia libertà sopra tutto: “la libertà, seppur infragilita, rimane dono di Dio”, dici sempre tu. È questa la postura educativa degli uomini veri, dei padri e dei grandi amici, che desidero imparare e fare mia.